GRAND TOUR

Grand Tour

Il Grand Tour era un lungo viaggio nell’Europa continentale, effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo, destinato a perfezionare il loro sapere. Poteva durare da pochi mesi fino a svariati anni, avendo come meta privilegiata l’Italia: durante il Tour, i giovani imparavano a conoscere la politica, la cultura, l’arte e le antichità, trascorrendo il tempo facendo gite, studiando e facendo acquisti (secondo le proprie possibilità e mezzi, era possibile trovare a buon prezzo opere d’arte e cimeli, artefatti provenienti dalle rovine di Roma, di Pompei o di Ercolano, che erano state riscoperte recentemente).
Diviene una vera e propria istituzione per la formazione della classe dirigente inglese, poi francese già al tempo del Re Sole. Ad esse si aggiunsero viaggiatori e giovani artisti fiamminghi, olandesi, tedeschi, svedesi, russi e altri ancora, provenienti da ogni paese d’Europa.

L’Italia, con la sua eredità della Roma antica e con il suo immenso patrimonio culturale, offriva opere straordinarie come quelle di Palladio o il Neoclassicismo a Napoli. Tra le tappe più importanti del tour vi era sicuramente la visita dei Campi Flegrei, che offrivano la possibilità di visitare sia siti archeologici che fenomeni naturali, quali l’attività vulcanica. Anche Goethe ne rimarrà totalmente affascinato.

Tappa molto importante era anche la Sicilia, che offriva la possibilità di studiare l’arte greca senza dover affrontare il viaggio in Grecia, all’epoca dominio turco, con i rischi e le proibizioni che la sua amministrazione comportava.
All’inizio dell’800, Friedrich Maximilian Hessemer scrive: «La Sicilia è il puntino sulla “i” dell’Italia […] iI resto d’Italia mi par soltanto un gambo posto a sorreggere un simil fiore».

Spesso, durante una sosta prolungata a Roma, momento importante del viaggio diventava la commissione di un ritratto ad un noto pittore del momento, oppure anche il solo acquisto di vedute del paesaggio italiano. Tra i pittori che avevano questa clientela vi erano Pompeo Batoni, Canaletto, e Piranesi.

L’espressione “Grand Tour” sembra aver fatto la sua prima comparsa sulla guida The Voyage of Italy di Richard Lassels, edita nel 1670. Ma è il successo del libro Coryat’s Crudities, di Thomas Coryat, a marcare l’inizio della mania per un viaggio in Italia, che diventava occasione per la pubblicazione di numerosi libri guida.
Il celeberrimo Italienische Reise di Johann Wolfgang von Goethe non fu certo il primo. Già nel 1722 fu pubblicato “An Account of Some of the Statues, Bas-Reliefs, Drawings, and Pictures in Italy”, scritto dai pittori inglesi Jonathan Richardson il Vecchio (1665-1745) e suo figlio Jonathan Richardson il Giovane (1694-1771).

Nel Settecento il Grand Tour è ormai un grande fiume rigoglioso che attraversa la letteratura e le arti: una sontuosa corte di viaggiatori lambisce il monte Parnaso, sede delle nove Muse, luogo ideale e allegorico già dipinto da Nicolas Poussin, mentore di Giovan Battista Marino.
Anton Raphael Mengs affresca in villa Albani a Roma (1761) il medesimo soggetto: col suo sodale Johannes J. Winckelmann – bibliotecario del Cardinale Albani – dà così nuovo vigore a un mito rinascimentale già celebrato da Mantegna e Raffaello.
La comunità dei touristes è, nel corso del secolo del Lumi, la più numerosa e libera accademia itinerante che la civiltà occidentale abbia mai conosciuto.

Durante il XIX secolo, la maggior parte dei giovani istruiti partì per vivere il Grand Tour, viaggio che più tardi divenne di moda anche per le giovani donne: un viaggio in Italia con la zia nubile in qualità di chaperon faceva parte della formazione della signora d’alto ceto.
La pratica del Grand Tour divenne meno frequente durante le guerre della Rivoluzione francese e l’Impero, ma riprese con la Restaurazione.

L’intelligenza, il gusto, il piacere della musica e delle arti sono qualità che prescindono dallo status sociale. Montaigne offre una precoce e alta testimonianza di questo sentimento negli Essais (1580), quando scrive: “Io stimo tutti gli uomini come miei compatrioti e abbraccio un Polacco come un Francese, posponendo questo legame nazionale a quello universale e comune“.