FILOSOFIA E RELIGIOSITÀ DI GOETHE

Autografo di Goethe

Goethe fu portatore di una sua propria visione filosofica del mondo, che egli tuttavia non tradusse mai in un sistema compiuto di pensiero, ma lo spinse a ricercare nei filosofi del suo tempo, o a lui precedenti, quei concetti in grado di esprimere ciò che sentiva: egli li trovò dapprima in Giordano Bruno, per il quale la ragione universale è l’«artista interiore» che plasma e permea l’universo in ogni sua parte. In seguito si rivolse a Spinoza e alla sua concezione della divinità immanente al mondo, da ricercare all’interno di questo: le leggi della natura non sono soltanto una creazione di Dio, ma costituiscono la Sua stessa essenza.

Goethe non poté invece trovare in Kant alcuna affinità, ritenendo che costui eludesse il vero problema della conoscenza, poiché si occupava del modo in cui la realtà risulta apparirci e non di come essa fosse oggettivamente.[26] Maggiore fonte di ispirazione trovò in Schiller, che lo spinse a vedere nel tipo della pianta o dell’animale, che Goethe chiamava entelechia, l’«Idea» in senso filosofico. Goethe poté così venire attratto dagli esponenti dell’idealismo tedesco, soprattutto dal giovane Schelling, da cui apprese l’importanza di risalire dalla natura quale mero prodotto (natura naturata) alla natura creante (natura naturans) in via di divenire, e quindi da Hegel e dal suo tentativo di ricostruire il processo dialettico che dall’Assoluto conduce al dato finito.

Comune alla mentalità filosofica del romanticismo, che egli stesso contribuì a forgiare, è la consapevolezza di Goethe che la natura è un organismo vivente, una totalità organizzata unitariamente, che si evolve in particolare attraverso l’alternanza di due forze: una di sistole, cioè di concentrazione in un’entità individuale, e una di diastole, ossia di espansione illimitata. Si tratta di un approccio contemplativo al divino, non però di tipo mistico, né fideistico nel senso religioso tradizionale, perché non esclude la riflessione e la possibilità di una conoscenza chiara e trasparente delle forme in cui si rivela la divinità. Questa va ricercata non nell’ultramondano, ma restando all’interno della natura, che è «la veste vivente della divinità», a partire dalle sue espressioni immediate.

«Il Vero è simile al Divino: non appare mai immediatamente; noi dobbiamo indovinarlo dalle sue manifestazioni» (Goethe, Detti in prosa, 1819).
La religiosità da cui era profondamente pervaso si conciliò pertanto raramente col cristianesimo protestante in cui era stato educato, sebbene Goethe rispettasse i riti di qualsiasi credo. Fece battezzare i suoi figli e non si pose mai in aperta ostilità con la Chiesa. Nel Faust mostra di conoscere la Bibbia e di essere esperto in questioni teologiche. Attribuiva a Cristo una grandezza «di natura così divina come mai più il divino è apparso su questa terra». Franz Rosenzweig giunse a definirlo «il primo cristiano come Cristo l’ha voluto».

Sempre nel Faust, Goethe si dimostra attento al sentire religioso di Margherita, preoccupata di sapere se il suo amante onorasse i sacramenti, pur ricevendo da lui risposte elusive: «Amore, chi può dire: “Io credo in Dio?” Domandalo pure ai saggi o ai preti, e la risposta sembrerà solo prendere in giro chi l’ha domandato». Nel suo viaggio in Italia, Goethe provò una spontanea simpatia per la religione cattolica, al punto da affermare: «Come sono contento ora di addentrarmi completamente nel cattolicesimo e di conoscerlo in tutta la sua vastità!». D’altro lato si accrebbe in quell’occasione la sua avversione per le reliquie e la venerazione dei santi, con l’eccezione di san Filippo Neri, del quale apprezzò l’umorismo, definendolo il «santo spiritoso».

Goethe provò interesse anche per la religiosità pagana dell’antichità greca e romana, attratto dalla sua esperienza del divino nelle forme della natura tradotte in sembianze antropomorfiche; nel gennaio del 1813 scriverà: «Come poeta, io sono politeista; come naturalista, io sono panteista; come essere morale, io sono teista; e ho bisogno, per esprimere il mio sentimento, di tutte queste forme» (Goethe, cit. in Nuova antologia di lettere, scienze ed arti, 1903).
Nella sua religiosità confluiscono in ogni caso anche concezioni esoteriche, che pur allontanandolo dalla credulità popolare, lo inducono piuttosto a vedere nella fede di ognuno il momento di un percorso che prosegue dall’evoluzione della natura, e di cui l’uomo libero rappresenta la meta finale. Pochi giorni prima di morire confidò al suo amico Johann Peter Eckermann: «Se mi si chiede se appartenga o no alla mia natura esprimere di fronte a Cristo rispetto e adorazione, io rispondo: assolutamente! Mi inchino davanti a Lui come alla rivelazione divina del più alto principio della moralità. Ma se mi si domanda se sia nella mia natura venerare il sole, rispondo anche: certamente! […] In esso adoro la luce e la forza procreatrice di Dio. […] Se qualcuno poi mi domanda se io sarei disposto a inchinarmi davanti all’osso del pollice dell’apostolo Pietro o Paolo, rispondo: risparmiatemi! e lasciatemi in pace con codeste assurdità» (Goethe, da una conversazione con Johann Eckermann).